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Nella steppa mongola la maggior parte delle cose assume un significato in pieno contrasto con la nostra epoca e per certi versi arcaico. È il caso ad esempio della nostra casa, la tenda rotonda in legno e feltro che fuori dalle nostre frontiere è chiamata yurt. Da noi lo sguardo di chi è in cammino rimane sempre vigile e sempre eccitante è il momento in cui la yurt appare ai confini della steppa infinita, come un cuore che batte solitario. Perché qui si trova l’acqua, la vita, il calore durante gli inverni rigidi e il fresco durante le estati soffocanti. La porta della yurt è aperta a tutti. Anche quando non c’è nessuno non bisogna avere esitazioni a entrare, servirsi della legna e del cibo, accendere la stufa per preparare da mangiare. Ben presto, infatti, tornerà il padrone di casa, attardato dal suo bestiame, che probabilmente avrà fame e sete, caldo o freddo.
La yurt ha raramente un diametro superiore a sei passi e sei ospiti arrivati dal ricco mondo del cosiddetto benessere non ci mettono molto a riempirla. Ma se necessario vi si può stare in sessanta: come si possono allargare i gomiti e le ginocchia, così li si possono stringere.
Da “Nel paese della steppa bigia” di Galasam Tschinag
[Via Le Monde Diplomatique]


nno so se fossero nomadi mongoli o che cosa, ma tende di quel tipo le ho vsite in viaggio verso il tibet…
Da: la gatta su Ottobre 22, 2008
alle 09:04
… ma sei entrata anche all’interno?
Da: PaeseCina su Ottobre 22, 2008
alle 09:35
no, all’interno no, anche se sarei stata curiosa..
ho sbirciato, mentre un bambino si era messo a giocare a nascondino con me dietro la tenda…ma più di quello…
Da: la gatta su Novembre 3, 2008
alle 16:28