Inserito da: PaeseCina | Giugno 19, 2008

Tangshan 1976: il ricordo del grande terremoto

Sin dai tempi antichi i cinesi hanno sempre dato importanza ad ogni fenomeno straordinario della natura: il terremoto veniva così interpretato come un segno sfavorevole del Cielo (天 tian), la divinità a cui l’imperatore cinese si riferiva nelle sue azioni di governo.  Tuttavia, tra le varie calamità subite, ve ne è una che è rimasta nella memoria collettiva.

Oggi Tangshan (唐山) è una fiorente città industriale nella regione settentrionale dell’Hebei, ma trentadue anni fa un potente sisma la ridusse in un cumulo di macerie. La terribile scossa si verificò nelle prime ore del mattino del 28 luglio del 1976, qualche settimana prima della morte di Mao Zedong. La cifra ufficiale delle vittime fu di circa 240 mila persone, ma altre stime riferiscono oltre 600 mila morti.

Dieci anni dopo, nel 1986, il dramma della città distrutta fu ricostruito dal grande reporter cinese Qian Gang (錢鋼), allora  giovane ventitreenne che non si rendeva ancora conto “che la vita gli aveva dato una terra destinata a essere narrata con lacrime e canti”. Qian Gang non ha dimenticato la sua Tangshan e con l’intento di uno storico ricostruisce quel giorno funesto, servendosi dei racconti di testimoni diretti.
Qualcosa di più di una semplice cronaca, il suo  racconto commosso è in realtà una meravigliosa pagina di letteratura, di cui ne riporto uno stralcio. 

 

“Ecco di nuovo la mia Tangshan. La mia Tangshan ferita. La mia
Tangshan colpita dal disastro. La mia Tangshan tanto devastata da
essere quasi morta. Di certo l’anniversario del terremoto di Tangshan,
come tutti i grandi eventi nella storia del mondo, non sarà
mai dimenticato.
La gente di Tangshan non dimenticherà mai. In questi anni ogni
28 luglio, all’alba, una serie di figure serpeggia per le strade di
Tangshan. In un luttuoso e solitario silenzio fremono piccoli fasci
di lingue di fuoco rosso cupo. Uno dopo l’altro, sguardi tristi brillano
nella luce delle fiamme, occhi di uomini anziani, occhi di uomini
di mezza età, e nelle mani le banconote finte che bruciano in
onore dei morti – «per mio figlio», «per mia figlia», «per i miei genitori».
Ai primi raggi del sole che sorge, la pallida carta gialla diventa
fumo e le sue spire formano a poco a poco uno strato come di nebbia
bianca che fluttua in mezzo ai nuovi edifici. Le ceneri che volteggiano
nella nebbia sono agli occhi dei bambini magiche farfalle
nere che volano sempre più in alto per poi discendere in lente spirali.
Cadono sulle aiuole dei marciapiedi, cadono sui capelli argentati
delle donne anziane immobili in mezzo alla strada. Loro
non le scrollano via perché stanno guardando a terra con occhi
vuoti – no, non a terra, ma al mondo che sta sotto la terra.
Ho attraversato molte volte quelle strade di cenere danzante. So
che coloro che sono morti nel terremoto di Tangshan non hanno
tombe; gli incroci delle strade sotto gli alti edifici, i vicoli vecchi e
stretti, le colline che si sono formate dopo il terremoto, perfino le
aree appena delimitate dove sorgeranno nuove fabbriche: sono
tutte tombe senza nome. Dieci anni fa, proprio in questi luoghi, la
gente è stata schiacciata dalle travi delle case, stritolata dalle assi
dei pavimenti, sepolta viva sotto la terra e i detriti. Dieci anni dopo
le rovine non ci sono più. Ma io riesco ancora a vedere tutto
com’era. Cammino lungo strade asfaltate da poco, con file di giovani
alberi dalle chiome non più grandi di un pugno, verso strade
strette affollate di vecchi alberi. È una notte senza luna. Passeggio
da solo per una stradina che ho percorso dieci anni fa e improvvisamente
sotto i lampioni mi appaiono i vecchi e maestosi pioppi,
tutti argentati di bianco, che risplendono di una misteriosa luce.
Questi vecchi pioppi sono caduti durante il terremoto con la violenza
con cui gli alberi maestri si abbattono tra le onde, e sono stati
testimoni di tragiche scene, una di seguito all’altra. Di cosa sono
ancora a guardia, così silenziosamente, così fedelmente?
I rami contorti fanno pensare agli intrichi delle loro radici. Per
dieci anni le radici di quei vecchi alberi si sono allungate lentamente
verso le profondità della terra dove dormono i morti. Quali
messaggi trasportano da una parte all’altra, tra i vivi sopra la terra
e i morti sotto?
Il terremoto di Tangshan è la pagina più drammatica nella storia
dei terremoti di tutto il mondo da quattrocento anni a questa parte.”

Tratto da : Catastrofi. I disastri naturali raccontati dai grandi reporter Ed. Minimum Fax, 2007

 

 

Le rovine di Tangshan - foto da Internet

                        
                

 IL VIDEO DEL  MONUMENTO SORTO IN RICORDO DELLE VITTIME:


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